
Un percorso che attraversa jazz, identità mediterranea, radici napoletane e coincidenze che sembrano uscite da una sceneggiatura. La storia della cantante Letizia Gambi è anche il racconto di una ricerca: musicale, umana e culturale. Perché ci sono percorsi artistici costruiti con una traiettoria lineare e altri che sembrano nascere da deviazioni improvvise, incontri casuali e svolte imprevedibili. La storia di Letizia Gambi appartiene decisamente alla seconda categoria. Cantante jazz italiana trapiantata negli Stati Uniti, interprete e autrice con una lunga esperienza internazionale, Gambi porta con sé un elemento che non ha mai abbandonato: Napoli. Non semplicemente come luogo geografico, ma come lingua emotiva, memoria e identità.
Perché la sua vicenda artistica non nasce direttamente nel jazz, ma attraversa mondi differenti. «Io arrivo dalla danza e dal musical. Mi sono appassionata al teatro e al musical quando ero ragazzina», racconta a MondoeMediterraneo. «Mio padre era appassionato di jazz, mia madre cantava cose più pop e quasi operistiche. Mio zio era un tenore lirico, quindi sono cresciuta in mezzo alla musica.»
La scelta di frequentare i Civici corsi di jazz di Milano – fondati da Franco Cerri ed Enrico Intra – rappresenta il primo vero passaggio professionale. «Ho deciso di fare l’audizione e mi hanno presa. Mi sono formata lì, ma ho sempre voluto includere le mie radici in quello che facevo.» Ma anche solo pochi anni fa, il trasferimento da Napoli al Nord porta con sé una dimensione molto meno semplice. Letizia racconta senza esitazioni una realtà che ha segnato profondamente i suoi anni più giovani. «Ho trovato molti problemi da napoletana trasferita al Nord e per tanti anni questa cosa è stata la mia maledizione. Avevo una maestra che non mi chiamava per nome. Mi chiamava “terruncella”. Se spariva qualcosa controllava nella mia borsa. Oggi una cosa del genere sarebbe impensabile.»

Esperienze che inevitabilmente lasciano segni, ma che con il tempo assumono un significato diverso: «Quando ho iniziato a studiare teatro mi sono resa conto che potevo fare cose che gli altri non potevano fare. Potevo lavorare in napoletano, potevo usare Eduardo, quella musicalità particolare. Ho capito che quello che mi aveva fatto soffrire per tanti anni era anche la mia forza, perché mi rendeva diversa dagli altri.»
Da quel momento le radici napoletane non diventano un elemento folkloristico da esibire, ma una materia viva da mescolare con altri linguaggi musicali. Già negli anni della formazione arriva una prima occasione importante: il grande pianista e autore Nando De Luca la sceglie per un progetto dedicato alle sonorità del musical napoletano. «Ero ancora a scuola e iniziai a lavorare con musicisti incredibili. Mi trattavano in maniera eccezionale. È stata una fortuna enorme. Facevo un po’ di tutto: swing, electro swing, jazz sperimentale.»
La strada sembra procedere nella direzione giusta, fino a quando arriva un evento che cambia completamente lo scenario. «Ho perso improvvisamente l’udito all’orecchio destro”, dice con una naturalezza spiazzante. «E ancora oggi non l’ho recuperato. Quando sono uscita dall’ospedale, avevo perso molta voglia di cantare.»
Per una cantante significa mettere in discussione non solo una professione, ma una parte della propria identità. È in quel momento che la sua storia assume contorni quasi cinematografici. Mentre affronta terapie quotidiane e sedute in camera iperbarica, una persona continua a contattarla online. Siamo negli anni di MySpace, 2010-2011. Un certo Bob dice di volerla rappresentare negli Stati Uniti, insiste, le scrive continuamente, dice di essere il manager di Lenny White, uno dei batteristi più importanti della scena musicale americana contemporanea. Lei all’inizio pensa a una delle tante stranezze del mondo della musica. Poi un giorno, durante uno dei viaggi verso l’ospedale, vede Milano tappezzata di manifesti.
In città c’è un concerto di Lenny White. E qualcosa nella sua testa scatta. «In quel periodo stavo leggendo un libro sulle coincidenze e sul fatto che le coincidenze non esistono.» Su suggerimento del misterioso Bob decide di scrivere al grande musicista, anche in questo caso su MySpace. «Gli dissi semplicemente che mi avrebbe fatto piacere salutarlo. Mi rispose a stretto giro dicendo: lascia il tuo nome, vieni pure dietro il palco.»

Quello che avrebbe dovuto essere un saluto di pochi minuti diventa invece una lunga conversazione. «Parlammo tantissimo e lui mi disse: “Ho ascoltato le tue cose. Hai un timbro interessante”.» A quel punto Letizia gli racconta il progetto che aveva in mente: prendere brani della tradizione napoletana, tradurli in inglese e reinterpretarli in una chiave jazzistica. «Gli dissi che stavo lavorando a queste cose napoletane tradotte in inglese. «Mi disse: “Mandami qualcosa. Se mi piace magari lavoriamo insieme”.»
Lei invia una versione ancora grezza di Carmela. «Pensai: cosa posso perdere? Ho già perso l’udito.» La risposta arriva poco dopo: «Mi piace. Fammi lavorare su questa cosa”.» E la collaborazione prende corpo a Londra, dove – ancora una volta per quelle coincidenze a cui lei non crede – Letizia doveva andare nello stesso periodo in cui White aveva in programma dei concerti. E in tutto questo, Gambi scopre che il famoso Bob era un mezzo mitomane, qualcuno che avrebbe voluto essere il manager di White, ma faceva tutt’altro mestiere. In ogni caso, aveva giocato un ruolo decisivo per il suo futuro.
Da lì nasce un percorso che la porterà a incidere dischi, costruire collaborazioni internazionali, spostarsi continuamente tra Italia e Stati Uniti e infine trasferirsi stabilmente a New York nel 2017. Negli anni successivi arrivano concerti, tournée e nuove opportunità professionali. Con i suoi album ha ottenuto due candidature ai Grammy Awards e una alla Targa Tenco. Tra le sue numerose collaborazioni figurano icone del jazz mondiale come Gato Barbieri, Chick Corea, Ron Carter, Gil Goldstein, Patrice Rushen, Wallace Roney e ovviamente Lenny White. È stata inoltre tra i primi artisti italiani a entrare nella Recording Academy ed è membro votante dei Grammy Awards da oltre tredici anni.

Ma nel 2020 ancora una volta la realtà decide di cambiare improvvisamente direzione. «Per la prima volta stavo per partire con un tour americano tutto mio, avevo una manager, tutto stava finalmente prendendo una direzione precisa. Poi è arrivato il Covid.» Un colpo durissimo per tutto il settore musicale, che per molti artisti ha significato ricominciare quasi da zero. Oggi però Letizia Gambi, che vive tra Miami e Portorico, ma che il 7 luglio sarà al Palazzo Reale di Napoli con il suo ensemble tutto al femminile Womanity, guarda avanti. Sta lavorando a nuovi progetti che aprono un altro capitolo della sua ricerca musicale. «Le nuove cose che sto scrivendo avranno un respiro più latino.»
Nuove influenze, nuove contaminazioni, nuovi incontri. Del resto l’idea della contaminazione è sempre stata al centro del suo percorso: Napoli, jazz americano, tradizione, lingue diverse, atmosfere latine; elementi che sembrano distanti ma che nel suo lavoro trovano una sintesi naturale.