
Il movimento non è necessariamente quello dell’opera. Può nascere dallo sguardo, dalla luce, dalla posizione di chi osserva. È su questo rapporto tra percezione e partecipazione che Alberto Biasi, tra i protagonisti dell’Arte Programmata e dell’arte ottico-cinetica internazionale, ha costruito oltre sessant’anni di ricerca. Una ricerca che torna al centro della nuova stagione espositiva di Tornabuoni Arte Roma, con una mostra personale visitabile fino al 21 novembre.
Nato a Padova nel 1937, Biasi è stato tra i fondatori del Gruppo N e ha partecipato ad alcune delle più importanti rassegne dedicate alle nuove ricerche artistiche degli anni Sessanta, da Arte Programmata alla mostra The Responsive Eye del Museum of Modern Art di New York. Il percorso espositivo romano riunisce oltre venti opere, dalle prime sperimentazioni degli anni Sessanta ai lavori più recenti, attraversando i principali cicli della sua produzione: le Trame, i Rilievi ottico-dinamici, le Torsioni, i Light Prisms, gli Ambienti e gli Assemblaggi.
La mostra si inserisce inoltre nel lungo rapporto dell’artista con la capitale. Già nel 1960 Biasi aveva partecipato alla rassegna Sculture tascabili, componibili, trasportabili, istantanee, organizzata da Piero Manzoni alla Galleria Trastevere. Due anni più tardi, con il Gruppo N, era stato tra i protagonisti di Arte Programmata, la storica esposizione promossa da Bruno Munari e Giorgio Soavi per Olivetti, che aveva fatto tappa anche a Roma. Negli anni successivi erano arrivate le mostre alla Galleria L’Obelisco, la partecipazione a Vitalità del negativo, curata da Achille Bonito Oliva al Palazzo delle Esposizioni, e tre edizioni della Quadriennale di Roma.


«Ho partecipato a 700 mostre, tra personali e collettive»
Parlando della propria attività espositiva, Biasi sottolinea la vastità di un percorso che comprende centinaia di appuntamenti in Italia e all’estero. «Ho partecipato a 700 mostre, tra personali e collettive», racconta a MondoeMediterraneo, precisando che il numero non comprende anche le esposizioni ospitate nei musei. «Ci sono almeno 160 mostre fatte nei musei», spiega l’artista, ricordando alcune delle tappe internazionali della sua carriera. Tra queste cita una delle prime esposizioni in un museo d’arte contemporanea in Polonia, le mostre a Zagabria e Mosca e, soprattutto, quella all’Ermitage di San Pietroburgo.
«Quando ho esposto io all’Ermitage di San Pietroburgo non c’era nessun italiano che avesse mai esposto lì», ricorda Biasi, riferendosi a un’esperienza che considera particolarmente significativa nel suo percorso.
Il rapporto con le istituzioni e con la memoria delle esposizioni è un altro elemento che emerge dalle sue parole. L’artista ricorda l’esistenza di un archivio storico a Padova che raccoglie la documentazione delle sue mostre, dai cataloghi ai materiali relativi alle diverse tappe della sua attività.
«Tu sei»: quando lo spettatore diventa parte dell’opera

Tra i lavori presentati a Roma c’è anche Tu sei, parte del trittico Io sono, tu sei, egli è, una ricerca nella quale Biasi mette in relazione l’identità, la presenza e la percezione. «Il titolo vero è Io sono, tu sei, egli è», spiega l’artista, richiamando esplicitamente il riferimento filosofico a Cartesio e al celebre cogito ergo sum. Ma la sua opera si concentra soprattutto sulla presenza di chi guarda, trasformando lo spettatore in un elemento attivo dell’esperienza artistica.
«Tu sei è legato al fatto che sei tu a creare l’ombra», racconta Biasi. L’opera, infatti, si attiva attraverso la presenza del pubblico: è il corpo dell’osservatore, con il suo movimento, a produrre una traccia visiva nello spazio. L’artista descrive così un’esperienza nella quale l’immagine non è mai completamente fissa e la percezione diventa un processo dinamico. «Vedi le tue ombre sulle pareti, ma non sono le ombre che vengono proiettate dai colori: in realtà sono i complementari dei colori che vengono proiettati». Il risultato è una sorta di alter ego visivo, una presenza che accompagna lo spettatore e che nasce dalla scomposizione della luce. «Non c’è solo la traccia del tuo passaggio», osserva Biasi, sottolineando come l’opera restituisca una forma di movimento pur rimanendo, materialmente, immobile.
È proprio in questo scarto tra la staticità dell’oggetto e la mobilità dell’immagine che si trova il nucleo della ricerca di Biasi: l’opera non si esaurisce nella sua forma, ma si completa attraverso l’interazione con chi la osserva. La mostra romana conferma così l’attualità di un’indagine che, dagli anni Sessanta a oggi, continua a interrogare il rapporto tra luce, spazio, percezione e partecipazione. Una ricerca nella quale il pubblico non è un semplice osservatore, ma diventa parte integrante dell’opera.

