Beirut continua a vivere sospesa tra normalità apparente e improvvise fiammate di guerra. La capitale libanese, segnata da decenni di conflitti e crisi politiche, affronta oggi una nuova fase di pericolosa instabilità dopo gli attacchi delle forze israeliane sulla periferia sud – ma non solo – della città che costringe centinaia di migliaia di persone a lasciare le proprie case. A raccontare a MondoeMediterraneo la situazione sul campo è la giornalista e analista Gaja Pellegrini Bettoli, che si trova nella capitale libanese e osserva da vicino l’evolversi degli eventi. Pellegrini Bettoli, che ha la cittadinanza italiana e americana, conosce bene la regione. In passato ha lavorato anche a Gaza, dove era Public Information Officer per l’UNRWA, l’agenzia ONU per i rifugiati palestinesi, e in tutto quattro anni proprio in Libano, Paese nel quale ha svolto diverse attività, dal giornalismo freelance alla collaborazione con la Lebanese American University, oltre a lavorare per la ONG italiana AVSI.

Una città divisa

Una veduta aerea di Beirut

Pellegrini Bettoli si trova al momento nella parte orientale di Beirut, nel quartiere di Gemmayzeh, una delle aree storicamente associate alla comunità cristiana. «Durante la guerra civile Beirut era divisa tra Est e Ovest», spiega. «Le due parti erano separate dalla cosiddetta Green Line, una linea di demarcazione che nessuno attraversava perché c’erano i cecchini. Nel tempo quella zona si riempì di vegetazione, da qui il nome “linea verde”. Anche se oggi la città è tornata unita, quella divisione continua in qualche modo a vivere nella memoria collettiva». Ma il cuore della crisi attuale si trova più a sud, nel grande sobborgo sciita di Dahiye, che conta 12 distretti. «È una zona enorme, ha le dimensioni di Manhattan», racconta. «Prima della guerra vi vivevano circa cinquecentomila persone. Gli attacchi israeliani hanno provocato un esodo gigantesco. Molti stanno cercando rifugio a nord o lungo l’autostrada che porta a Damasco. Ma la via siriana non rappresenta una vera via di fuga. Il confine con la Siria è praticamente chiuso, e a Damasco gli sciiti sono spesso percepiti come sostenitori di Hezbollah, il partito e la milizia filo-iraniana che durante la guerra civile siriana ha combattuto a fianco del regime di Assad. Questo rende molto difficile anche attraversare la frontiera».

Il bombardamento che ha cambiato la percezione

Beirut

Fino a poche settimane fa molti abitanti di Beirut pensavano che la capitale fosse relativamente al sicuro. Un’illusione che si è incrinata con un bombardamento nel cuore della città. «Uno degli episodi che ha creato più paura è stato l’attacco a Raouché, sul lungomare», racconta Pellegrini Bettoli. «È la zona famosa per i due faraglioni, i Pigeon Rocks, uno dei simboli della città. Qui, nella notte tra venerdì e sabato, l’aviazione israeliana ha colpito l’hotel Ramada Plaza: Israele ha detto che voleva eliminare alcuni esponenti dei Pasdaran iraniani. Così hanno colpito una stanza precisa, con quello che loro definiscono un attacco “chirurgico”. Il problema è che l’hotel era pieno di persone, molti dei quali già sfollati da Dahiye». Il bilancio è stato di quattro morti e diversi feriti. «Fino a quel momento molti dicevano: “A Beirut siamo relativamente al sicuro”. Dopo quel bombardamento la percezione è cambiata completamente».

Tante comunità, la guerra vista con occhi diversi

Gaja Pellegrini Bettoli intervistata da RaiNews24

La reazione della popolazione libanese all’offensiva israeliana non è uniforme. Il paese, ricorda Pellegrini Bettoli, è una delle società più pluralistiche e frammentate del Medio Oriente. «In Libano ci sono diciotto confessioni religiose», spiega. «Questo significa che la percezione della guerra cambia molto da comunità a comunità. Sunniti, cristiani maroniti, drusi e ortodossi sono spesso molto arrabbiati con Hezbollah», «Molti mi dicono apertamente: siamo stanchi di essere trascinati nelle guerre di altri. Una persona che ho intervistato mi ha detto: “Siamo stanchi di versare sangue libanese per conflitti che non ci appartengono”». Per la giornalista italo-americana, dopo la reazione di Hezbollah all’attacco di Usa e Israele all’Iran, la comunità sciita è quella che paga il prezzo più alto della guerra, comunità che ovviamente percepisce la situazione in modo profondamente diverso. «Parliamo di circa trecentomila sfollati», spiega la giornalista. «Molti dormono nelle scuole o in edifici occupati. È diventato virale il video di un uomo che è partito da Naqoura con il suo gregge e ha camminato quattro giorni per mettersi in salvo». A Beirut le autorità stanno attrezzando lo stadio Chamoun per accogliere i rifugiati. Ma lo sfollamento sta riaccendendo anche vecchie tensioni settarie. «Se sei sciita e provi ad affittare una casa fuori da Dahiye spesso nessuno te la dà», racconta Pellegrini Bettoli. «Molti ti identificano automaticamente con Hezbollah, anche se ovviamente quel movimento non ha il consenso di tutti gli sciiti».

Hezbollah dopo Nasrallah

La bandiera libanese e quella di Hezbollah

Sul piano politico e militare, Israele ha colpito duramente la leadership di Hezbollah. «Israele ha eliminato molti dei quadri dirigenti del movimento», spiega Pellegrini Bettoli. «Questo ha creato un vuoto di comando». Il nuovo segretario generale, Naim Qassem, secondo la giornalista è una figura molto diversa dal suo predecessore Hassan Nasrallah. «Io l’ho intervistato anni fa, quando era il numero due. Nasrallah aveva carisma e grande capacità strategica. Qassem è più un professore, quasi un accademico. Non ha lo stesso peso politico. Oltretutto, molti leader hanno paura di usare telefoni o dispositivi elettronici per non essere localizzati», spiega. «Questo rallenta moltissimo la catena decisionale».

Il contesto internazionale

Un’immagine dell’Ayatollah Khamenei su un sito in costruzione a Fars, in Iran

Il conflitto libanese si inserisce in uno scenario regionale estremamente instabile, innescato prima dagli eventi del 7 ottobre e dalla guerra israeliana contro Gaza, poi dall’attuale scontro tra Usa-Israele e l’Iran, che reagisce colpendo obiettivi nei paesi della regione. Secondo Pellegrini Bettoli, la morte dell’ayatollah Ali Khamenei ha rappresentato uno dei punti di svolta più importanti: “Gli analisti americani avevano previsto le fasi dell’attacco, ma quell’uccisione non era necessariamente nei loro piani. E quello è stato il vero evento che ha cambiato gli equilibri», osserva, notando che da quel momento sono emerse due visioni strategiche diverse: «Israele vede questa fase come un’opportunità per eliminare definitivamente la minaccia iraniana e i suoi alleati nella regione. Gli Stati Uniti, invece, mantengono una posizione più prudente, per questo il presidente Donald Trump ha dato versioni diverse degli obiettivi statunitensi. «Trump ragiona molto in termini economici», spiega. «L’Iran pesa circa per il quattro per cento della produzione mondiale di petrolio. Washington non necessariamente vuole un regime change. Pesa inoltre la memoria della guerra in Iraq: «Molti americani non si sono mai ripresi dal trauma del 2003», ricorda Pellegrini Bettoli. «Essere stati trascinati in guerra sulla base di informazioni false ha lasciato un segno profondo. Questa guerra, che vede contraria la maggioranza della base elettorale di Trump, potrebbe avere un forte peso sulle elezioni di medio termine di novembre».


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