Noi e il Mediterraneo: qualche riflessione dopo il Festival di Otranto

Il Mediterraneo si presta a tante interpretazioni e narrazioni: c’è il lato delle guerre, delle tragedie della migrazione, del minaccioso cambio climatico; ma c’è naturalmente anche il lato dei commerci, dello scambio culturale, della pesca sostenibile. Insomma, sia che si parli di ambiente, di geopolitica, di fonti d’energia, di blue economy, di migranti e di massacri di un intero popolo, di temi per la discussione ce n’è in sovrabbondanza. E la forza del Festival dei giornalisti del Mediterraneo a Otranto, giunto alla sua diciottesima edizione appena conclusa, è proprio questa: offrire tanti spunti, da prospettive diverse, per rendersi conto dello stato dell’arte in questa parte del mondo così cruciale, e dello stato di salute dell’informazione in un momento di grande difficoltà.

Nelle quattro serate a Largo di Porta Alfonsina si sono succeduti giornalisti, esperti, uomini di chiesa, avvocati, magistrati ed esponenti delle Forze dell’ordine. Ognuno con il suo retroterra di esperienze, di riflessioni, di analisi. Davanti a un pubblico numeroso e attentissimo, a dimostrazione che quando i temi sono importanti e coinvolgenti, l’attenzione delle persone è alta e confortante.

Ho avuto il piacere di dialogare con Al Hassan Selmi, giornalista palestinese di Gaza, che ha coinvolto e commosso la platea non solo con il racconto (minimo rispetto a tutti quelli che avrebbe potuto condividere) degli orrori che si susseguono nella Striscia annientata dalle forze armate israeliane dopo gli attacchi di Hamas del 7 ottobre, ma anche con l’appello ai giornalisti a tenere accesi i riflettori su quanto accade a Gaza, tra le stragi che continuano, la fame e la mancanza di cure mediche. Selmi, lucido e potente nella sua esposizione, ha ricevuto il premio Caravella del Mediterraneo, e ha concluso con un messaggio di speranza: se dalla Striscia e dalla Cisgiordania andrà via quella che lui chiama La macchina della Guerra, le persone potranno vivere in pace: arabi, ebrei, cristiani.

Al Hassan Selmi (Foto: inOnda Network)

Al Festival ogni momento ha avuto il suo peso nel bilancio – più che positivo – finale. Personalmente sono rimasto particolarmente colpito dalla testimonianza della giudice Maria Francesca Mariano, che vive sotto scorta dopo le minacce esplicite dei clan della malavita, una servitrice dello Stato che con chiarezza ha spiegato le dinamiche delle mafie ma anche il loro livello di penetrazione nella società, nella mentalità di tante persone e di tante comunità. Ma mi restano anche le parole in favore della pace e dell’umanità pronunciate dall’arcivescovo di Otranto Francesco Neri, che ha anche citato una canzone di Crosby, Stills, Nash e Young “Right between the eyes”, affermando che è difficile uccidere un altro essere umano se lo si guarda negli occhi. Un ragionamento prezioso in un tempo in cui le guerre le fanno droni e sistemi guidati dall’intelligenza artificiale.

Si viene via da Otranto con molti pensieri. Questa regione del mondo è in affanno per molti motivi, e i lumi di speranza sembrano davvero pochi. Il giornalismo soffre di tanti mali e arranca anch’esso, di fronte a un futuro incerto. Ma finché ci sarà la possibilità di incontrarsi, parlare, immaginare, forse non tutto è perduto: abbiamo come giornalisti il dovere di continuare a informare, vincendo le paure e gli ostacoli posti da chi ama i bavagli; chi legge e ascolta ne ha un gran bisogno, perché per invertire la rotta c’è bisogno che in tanti scelgano di alzarsi in piedi per chiedere la fine delle guerre, delle morti in mare, delle ingiustizie che oggi sembrano trionfare.

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