
Del granchio blu, o granchio nuotatore (Callinectes sapidus il suo nome scientifico) si è parlato e scritto molto negli ultimi anni; in particolare, le cronache hanno riferito dei danni devastanti subiti dagli allevatori di vongole, di cui questo animale è ghiotto. Ma poco o nulla è emerso su quanto questa specie invasiva abbia danneggiato un altro comparto della pesca, quello artigianale (o ‘piccola pesca’), che subisce danni economici rilevanti e deve modificare le proprie attività – e anche le proprie abitudini di vita – per continuare a guadagnare in maniera dignitosa dalla propria attività.
Perché il granchio blu ha l’abitudine di finire nelle reti e nelle attrezzature di questi pescatori, distruggendole, bucandole, e spesso anche ingerendole nel tentativo di liberarsi – il materiale sintetico non sembra intimidire questo crostaceo – costringendoli quindi a costosi cambiamenti di strategia e persino a cambiare le ore di pesca.
Mondo e Mediterraneo ha parlato della complessa situazione legata alla presenza del granchio blu con Alberto Caccin, ricercatore in scienze ambientali, esperto di pesca e acquacoltura, e con i pescatori Elia Gusso di Caorle e Manuel Boscolo di Chioggia. Si tratta di due professionisti del settore che collaborano con il WWF Italia attraverso il progetto Pescare Oggi per Domani.
Una specie venuta da lontano

Originario delle coste atlantiche del Nord America, il granchio blu è arrivato nel Mediterraneo probabilmente attraverso le acque di sentina delle navi. Si è ben adattato alle coste basse e sabbiose dell’Adriatico italiano, mentre non ha una presenza rilevante su quelle del nord balcanico, dove le coste sono rocciose. Ma per anni, decenni, la sua presenza è rimasta marginale, quasi invisibile.
“I primi esemplari sono stati avvistati e raccolti nel primo dopoguerra – spiega Caccin – E due di loro sono conservati al Museo di Storia Naturale di Venezia. Ma è solo nel 1991 che la presenza crescente è stata segnalata, e il granchio blu è stato riconosciuto come specie aliena. Dal 2010 la popolazione ha iniziato a crescere, fino all’esplosione del 2021-22”.
“Fino ad allora, però, se ne trovavano tre o quattro al giorno nelle reti, un numero gestibile, la vera crisi è arrivata tra il 2022 e il 2024”, aggiunge Gusso.

Per Caccin, “questa specie invasiva danneggia le attività della pesca, ma soprattutto modifica l’equilibrio dell’ecosistema. Il granchio blu è una specie generalista, ovvero mangia di tutto, nelle nostre acque non ha predatori, ma il sistema marino dopo qualche tempo si adatta alla sua presenza”. “Il problema, per i pescatori, è economico”, spiega Boscolo. Caccin sottolinea che secondo i dati raccolti insieme al WWF, il costo sostenuto dai pescatori aderenti al Consorzio Veneto Pesca Artigianale (CO.VE.PA, di cui fanno parte Gusso e Boscolo) per l’acquisto di nuove attrezzature per rimpiazzare quelle danneggiate dal granchio blu si aggira attorno ai 250.000 euro, per il periodo che va dal 2022 al 2025.
Oggi il granchio è diffuso soprattutto nei mesi estivi, nelle lagune e lungo la fascia costiera, ambiente quest’ultimo dove trova condizioni ideali per riprodursi. Le sue caratteristiche lo rendono un colonizzatore perfetto: è veloce e sa nuotare grazie alle zampe posteriori a forma di pinna, è estremamente resistente. Inoltre, ogni femmina può produrre fino a un milione di uova. Eliminarlo non è possibile, dunque, ma occorre conviverci: “E’ ragionevole pensare che nel giro di 5-10 anni la popolazione si stabilizzerà su densità inferiori a quelle che stiamo osservando in questo momento”, sottolinea Caccin.
“In molte aree la pesca tradizionale è diventata quasi impossibile. – dice Gusso – Il problema principale non è solo la quantità, ma il comportamento della specie. Il granchio distrugge le reti, le rosicchia, le rende inutilizzabili. In alcuni casi, blocca completamente gli attrezzi di pesca come le nasse per le seppie”.
I pescatori hanno dovuto adattarsi rapidamente. “Le uscite in mare iniziano ora nel cuore della notte, per cercare di evitare i momenti di maggiore attività del granchio. Le reti vengono ritirate dopo poche ore, invece che lasciate per tutta la notte”, dice Elia. Molti sono stati costretti a cambiare tecniche e specie target, oppure ad allontanarsi dalla costa, con un conseguente aumento dei costi di carburante. In alcuni casi, però, nemmeno questi adattamenti bastano: durante il maltempo, quando un tempo si registravano buone catture, oggi spesso è impossibile pescare. Le attrezzature vengono danneggiate per migliaia di euro, aumentano dei costi delle reti, e c’è il crollo del valore delle imbarcazioni da pesca costiera. “Non si riescono a vendere, chi si compra una barca, visto che poi non riesci a pescare?”, aggiunge.
“La verità è che il granchio sta facendo peggiorare la nostra qualità della vita”, afferma Boscolo, che puntualizza come il vorace crostaceo sia “una presenza devastante anche per le nasse da canocchie”, una prelibatezza della cucina veneta e adriatica, che rompe facilmente. “Se si considera che a causa del granchio ho rinunciato a pescare con le reti, ecco che il danno diventa enorme”, aggiunge.
La situazione in altri Paesi

Non tutti i Paesi, però, vivono il granchio blu come un problema.
In Tunisia, ad esempio, l’invasione è stata trasformata in un’opportunità economica. Oggi il granchio blu rappresenta circa un quarto delle esportazioni ittiche del paese, con mercati in Asia, negli Stati Uniti e nel Golfo Persico. Negli Stati Uniti è un prodotto ittico molto diffuso, ma anche lì c’è il vantaggio di una manodopera economica. In Italia, raccontano i pescatori, ci sono comunità cinesi che lo raccolgono manualmente, arrivando a pescarne 270 chili in tre ore.
Per i pescatori professionisti, invece, la filiera non è ancora sviluppata. Il granchio è difficile da lavorare e richiede manodopera per essere pulito, fattore che incide fortemente sui costi. I titolari della piccola pesca chiedono di poterlo commercializzare in modo più efficace, sia per ridurne la diffusione sia per trasformare un danno in risorsa. Senza un mercato organizzato, che comprenda anche modalità di smaltimento, il granchio resta però un “rifiuto biologico” più che un prodotto: quando si deve toglierlo dalle reti, le chele si spezzano, e il prodotto diventa invendibile. Eppure, il suo valore potenziale è alto: una volta lavorato, potrebbe raggiungere prezzi elevati. Il problema è costruire una filiera sostenibile e competitiva. Per questo, dicono, servono sussidi per i danni alle reti e per l’acquisto di gabbie adatte a catturarlo.