Marmi del Partenone, Mimi Denissi racconta la verità nascosta nelle lettere di Lady Elgin

Mimi Denissi sul set

Gli studiosi hanno raccontato, studiato e discusso la storia dei marmi del Partenone. È una storia di arte e archeologia, ma anche di politica, potere, diplomazia e identità. Da oltre due secoli divide Grecia e Gran Bretagna. Nonostante l’enorme quantità di libri, studi e documenti prodotti, sembra non aver trovato la sua conclusione. L’attrice, regista, scrittrice e produttrice greca Mimi Denissi ha scelto di raccontare quella storia da una strada diversa.

Al centro del docudrama The Woman Behind Elgin non c’è solo Lord Elgin, protagonista della controversa rimozione delle sculture dell’Acropoli all’inizio dell’Ottocento. Ma soprattutto vi è sua moglie, Lady Elgin, e le lettere private che offrono una prospettiva inedita sulla vicenda.

Il direttore del Museo dell’Acropoli Nikolaos Stampolidis ha definito questa narrazione una microstoria che diventa macro-storia. Denissi, attraverso gli occhi di una donna molto vicina agli avvenimenti, ricostruisce l’arrivo degli Elgin nell’Impero ottomano e l’ossessione del diplomatico britannico per i monumenti dell’Acropoli. Racconta anche le circostanze che portarono alla rimozione delle sculture del Partenone destinate poi al British Museum.

Inoltre, la storia si sostiene non solo sulla documentazione storica, ma anche nella forza delle immagini, della drammatizzazione, della musica e dell’animazione. Scritto e narrato da Mimi Denissi e diretto da Katerina Evangelakou, il docudrama intreccia la ricostruzione degli avvenimenti con le testimonianze di esperti e di alcune voci britanniche favorevoli alla restituzione dei marmi alla Grecia, tra cui Stephen Fry. Le lettere di Lady Elgin diventano così una chiave per illuminare non soltanto ciò che accadde, ma anche le intenzioni, le sensibilità e l\’ambiente culturale nel quale maturò quella che ancora oggi è una delle più celebri controversie sul patrimonio culturale. Dopo la prima proiezione ad Atene, The Woman Behind Elgin si prepara a raggiungere il grande pubblico attraverso la televisione pubblica greca ERT.

Ma il lavoro di Denissi non vuole essere solo un nuovo capitolo della disputa sui marmi. Vuole soprattutto riportare la questione al centro dell’attenzione di un pubblico più vasto. Trasformando una vicenda apparentemente lontana nel tempo in una domanda ancora profondamente contemporanea.

Di questo, e della donna che ha scelto di riportare Lady Elgin al centro della storia, MondoeMediterraneo ha parlato con Mimi Denissi.

Come è nata l’idea di realizzare questo docudrama sui marmi del Partenone?

È successo per caso. Preferisco dire “per caso”, perché ho trovato un libro in America. Ero negli Stati Uniti per presentare un altro film. La prima del film era stata al Metropolitan Museum di New York e poi avevo avuto altre proiezioni in diverse città. Durante uno dei miei viaggi sono entrata in una biblioteca. Stavo cercando materiale sulla Rivoluzione greca, ma non trovavo nulla che mi interessasse veramente. Come sai, sono attrice, ma anche scrittrice, regista e produttrice. Volevo trovare qualcosa che potesse diventare un’opera sulla Rivoluzione greca. Invece, ovunque guardassi, trovavo libri su Lord Elgin. E nei libri c’era sempre qualche riferimento alle lettere di sua moglie, ma nessuno sembrava sapere esattamente che cosa contenessero quelle lettere.

Poi ho trovato un libro molto vecchio, del 1926, quasi distrutto. L’ho aperto e ho scoperto che conteneva proprio le lettere della moglie di Elgin. Quando ne ho lette alcune, ho capito immediatamente che avevo davanti del materiale per un dramma. Pochissime persone sanno che Lady Elgin era con lui e che era lei ad avere il denaro. Era un’aristocratica, ma non era ricca. Quando lei e Lord Elgin divorziarono, fu costretta a vendere la collezione. Se non si fossero separati, forse oggi i marmi non sarebbero al British Museum: potrebbero essere da qualche altra parte.

In uno degli articoli che ho letto, qualcuno definiva il film “non aggressivo”, nel senso che non vuole alimentare una controversia più ampia sul ritorno in Grecia di tutte le opere d’arte greche conservate all’estero, ma concentrarsi sul caso specifico dei marmi del Partenone. Come si sviluppa questo messaggio nel film?

Se la Grecia e l’Italia cominciassero a chiedere la restituzione di tutte le opere d’arte che si trovano nei musei stranieri, alla fine i musei sarebbero vuoti. Per essere sinceri, i musei di tutto il mondo conservano arte greca, romana, il Rinascimento italiano, arte egizia…

Non è possibile che tutti questi Paesi comincino a chiedere indietro tutto. Questo, però, è un caso molto particolare. Per questo motivo abbiamo spiegato nel docudrama che la Grecia non sta chiedendo la restituzione di ogni opera greca all’estero. Il Partenone è un caso unico. È l’unico monumento che è ancora in piedi nel suo luogo originale e della cui decorazione metà si trova in Grecia e metà a Londra. Ad esempio, a Londra si trova la testa di un cavallo, mentre il resto del gruppo scultoreo è in Grecia. È assurdo. Non possediamo la statua intera da nessuna delle due parti. Questo è ciò che spieghiamo nel docudrama: la Grecia non è “pazza”, non sta chiedendo che il British Museum restituisca tutto. Sta parlando di questo monumento specifico. E non è un film aggressivo, perché abbiamo le lettere.

Mimi Denissi al Museo dell’Acropoli di Atene

Lettere che parlano da sole.

Esattamente. Nel film vediamo Lord Elgin e sua moglie e ascoltiamo la voce dell’attrice che interpreta Lady Elgin mentre legge le sue lettere. E quello che dice è talmente provocatorio che non c’è bisogno di aggiungere nulla. In una lettera, per esempio, scrive qualcosa come: “Mio caro, se trovi una nave abbastanza grande, portiamoci via l’intero tempio”. E parla delle sculture come se fossero oggetti da mettere nel giardino. Non c’è bisogno di essere aggressivi. Parlano da sole.

Oggi molte personalità internazionali sostengono la richiesta greca di restituzione dei marmi. Hai avuto modo di incontrarne alcune, come Stephen Fry o George Clooney?

Nel docudrama intervengono Stephen Fry, Victoria Hislop, Martin Sherman e molte altre personalità importanti. È molto significativo che partecipino anche esperti britannici. Abbiamo inoltre una delle massime archeologhe del ministero della Cultura turco, la responsabile degli archivi, Boz Zeynep.

E che cosa emerge dagli archivi ottomani?

È molto importante. Lei dice di essere responsabile di tutti gli archivi dei sultani e che non esiste alcun documento che autorizzi Elgin a portare via le sculture. E questo è fondamentale, perché la Turchia non è certamente lo Stato più amichevole nei confronti della Grecia. Ma questa è la verità, e credo che sia molto coraggioso riconoscerla. Che cosa possono dire gli inglesi quando gli archivi ottomani dicono che non esiste un documento del genere? Poi ci sono le lettere di Lady Elgin, che raccontano come hanno fatto. E nelle sue lettere non dice mai che avevano il permesso di rimuovere artisticamente le sculture dal monumento.

In passato hai realizzato Smyrna, my beloved, che riguarda un’altra vicenda fondamentale della storia greca moderna, e ora questo film, che affronta una questione ancora molto attuale. Perché sei così attratta da questi temi?

Perché ho lavorato tantissimo a teatro. Recito da moltissimi anni e ho fatto moltissime cose diverse, anche musical. Ma ho studiato storia moderna all’università. E, dopo aver studiato e tradotto moltissimo materiale, ho cominciato a scrivere e a mettere insieme le due cose. Ho scritto sulla Rivoluzione greca e poi ho scritto Smyrna. Amo la storia greca e amo anche quella italiana. Mi piace raccontare la nostra storia, soprattutto la storia del Mediterraneo. Credo che il mondo non dia abbastanza spazio a questa parte della storia. Pensiamo alla Grecia antica e all’epoca romana: ci sono tantissime storie che nessuno conosce. Se fossero conosciute a Hollywood, probabilmente farebbero un film ogni dieci giorni.

Denissi in Smyrna, my beloved

Il pubblico greco sembra avere ancora un forte interesse per la storia.

Sì. Il pubblico greco ama vedere opere storiche e vuole vederle raccontate in maniera obiettiva. E io credo di scrivere in modo abbastanza obiettivo. Se faccio uno spettacolo teatrale molto bello, magari vengono a vederlo mille persone. Se invece faccio un film storico, posso arrivare a un milione di spettatori. E questo significa molto. Una grande parte della popolazione greca è interessata a vedere qualcosa che la faccia sentire orgogliosa, ma anche qualcosa che la faccia riflettere.

E Smyrna, che racconta la cacciata dei greci da Smirne, era una questione particolarmente delicata.

Era, ed è ancora, una questione molto delicata. Nessuno l’aveva mai affrontata veramente, né a teatro né al cinema. C’erano libri, naturalmente, soprattutto libri di storia, ma nessuno aveva mai trasformato quella vicenda in un’opera teatrale o cinematografica. Quando fai qualcosa del genere, sai che qualcuno potrà obiettare, anche molto duramente. Ancora oggi, quando affronti questi temi, qualcuno può arrivare a contestarti e persino a tirarti dei pomodori.

Ma è una questione che non è mai stata veramente accettata dalla storia greca. E la domanda è: di chi è la colpa? Non è soltanto una questione di “loro”. È anche una questione che riguarda noi. Per questo ho cercato di scrivere in maniera obiettiva, come dovrebbe fare uno scrittore. Uno scrittore deve essere libero di raccontare la realtà senza travisarla, naturalmente, ma anche senza avere paura di affrontare le questioni più controverse. E questo vale ancora di più per il teatro, perché il teatro è vivo ed è più pericoloso. Puoi avere due personaggi che sono l’uno contro l’altro. Uno dice: “La colpa è di questa persona”. L’altro risponde: “No, la colpa è del re”. In questo modo crei un equilibrio e lasci che sia il pubblico a decidere.

I marmi del Partenone al British Museum
I marmi del Partenone al Museo dell’Acropoli di Atene

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