Ci sono musicisti che, anche senza essere rockstar, sono leggende della musica rock: è il caso di Scarlet Rivera, la violinista che ha definito il sound di una certa era di Bob Dylan – suo il violino lacerante di Hurricane, una delle canzoni più belle di mr. Zimmerman – , un’artista che però non si è mai sentita intrappolata nella frase ‘la violinista di Dylan’, ma ha esplorato e continua a esplorare i generi musicali più diversi, spinta da curiosità e creatività, due caratteristiche hanno sempre segnato le sue scelte.

Da un incontro casuale nel 1975 con Bob nacque una delle collaborazioni più iconiche della musica del Novecento. Ma nel racconto di Rivera, oggi, non c’è alcuna mitizzazione. «Per me è stato tutto molto naturale. Non è che un giorno sei nessuno e il giorno dopo sei qualcuno: è un processo, un fluire», dice in un’intervista a MondoeMediterraneo.

Nata nell’Illinois e cresciuta nella cittadina di Joliet (celebre soprattutto per il suo carcere ora chiuso e diventato un’attrazione storico-turistica, citato anche nei Blues Brothers), Rivera descrive senza nostalgia il luogo della sua infanzia: «Una città mediocre e noiosa. Non c’era nulla da fare». La musica fu la sua via di fuga. «Se la città non offriva stimoli, li offriva la musica». A sette anni era già primo violino a scuola, immersa nella formazione classica. Poi, crescendo, arrivarono il rock, le grandi voci degli anni Sessanta e soprattutto Dylan. «Quando ho sentito Bob Dylan è stato un game changer. Ho capito che la musica poteva essere qualcosa di completamente diverso».

Ottenne una borsa di studio universitaria, ma lo spirito ribelle prese presto il sopravvento. «Sono stata espulsa, ero una ragazza cattiva», racconta. La decisione successiva fu radicale: «Ho comprato un biglietto di sola andata per New York. Non conoscevo nessuno. Avevo solo i soldi dei lavori estivi». Era la metà degli anni Settanta, e New York era un laboratorio musicale permanente. «Greenwich Village, il jazz, il rock, le prime avvisaglie del punk… Io volevo suonare tutto. Non volevo appartenere a un solo genere». Persino il suo nome d’arte nasce da una scelta di libertà. «Volevo liberarmi dal nome di famiglia. Sono entrata in uno spazio molto profondo dentro di me e l’unico nome che è emerso è stato Scarlet Rivera. Nessun altro».

La sua attitudine era già chiara: apertura totale. «Ero molto fluida, molto aperta, rispettosa di ogni stile e cultura musicale». “Ricordo che presi alcune lezioni da un violinista jazz nero, Leroy Jenkins: fu lui a raccomandarmi al Revolutionary String Ensemble e a Ornette Coleman, che ci ingaggiò tutti per uno spettacolo off Broadway di cui aveva composto le musiche. Quello fu il mio primo lavoro pagato decentemente a New York. In quei primi anni entrai anche in una band cubana di dodici elementi, nello stile chiamato charanga, che include violini e flauto”.

Poi arrivò l’incontro cruciale con Dylan. «Quel giorno potrebbe essere il capitolo di un libro – dice ridendo – . La giornata iniziò con una lite col mio ragazzo dell’epoca. Era verso la fine del 1975 e io ascoltavo ossessivamente la musica di Bob Dylan. Ad un certo punto lui mi fa, ‘puoi smettere di sentire quelle schifezze? Oltretutto, è uno che ruba i testi da altri artisti’. Considera che a quell’epoca non avevo ancora conosciuto Dylan, e non avevo neanche i soldi per andare a un suo concerto. Al che io replicai. ‘Sei geloso e sei un idiota! Non capisci niente, non ne sai nulla. E’ un genio e non ha bisogno di rubare niente da nessuno’. Insomma, proprio quella mattina stavo difendendo Bob Dylan. Quindi mi vestii e uscii per andare a un’audizione, che si teneva tra la prima e la 13ma strada, e 13 è il mio numero fortunato. Stavo attraversando la strada col mio violino a tracolla, quando vedo una macchina verde che mi sta seguendo, non una limousine come qualcuno ha scritto. Era una macchina anonima. Ad un certo punto, si abbassa il finestrino e si sporge: era Dylan, ma non ero neanche sicura che fosse lui, perché a quell’epoca molta gente voleva somigliare a Dylan, coi capelli ricci, il giubbotto di pelle e gli occhiali da sole. ‘Sai davvero suonare quello strumento?’, mi fa. Io risposi di sì e chiacchierammo, mentre io cercavo di capire se fosse un impostore. E a un certo punto, bang! Capii che era lui. ‘Il mio studio è dietro l’angolo, voglio sentirti suonare’, disse. Mi fece salire in macchina e mi portò nel suo studio.”.

E lì continuò quell’incredibile giornata di Scarlet. “Cominciò a suonare la chitarra, passando da una canzone all’altra. Non mi disse in che tonalità, non mi spiegò niente. Io dovevo semplicemente seguirlo, reagire. Suonò anche il piano, c’erano anche delle canzoni di Desire, ma chi le conosceva in quel momento». Era un’audizione informale, ma decisiva. «Suonammo per ore. Poi mi disse vieni a sentire il concerto di un mio amico. Mi portò al Bottom Line, e lì vidi che il suo amico era Muddy Waters». Rivera pensava che la giornata fosse finita, quando Bob la fece accomodare a un tavolo: “Pensai, se non altro mi vedo il concerto di Muddy Waters”, ricorda. Invece, a un certo punto, Dylan salì sul palco e la presentò: «Now I want to bring up my violinist», ora voglio far salire la mia violinista.

«Io non sapevo nemmeno di essere la sua violinista», ride. «Ma a quanto pare lo ero già».

La notte non finì lì. «Dopo il concerto mi portarono a Brooklyn. Incontrai la blueswoman Victoria Spivey e suonammo fino alle sei del mattino». Solo dopo quella lunga jam session Dylan prese la decisione definitiva. «Credo volesse vedere se ero abbastanza forte per la vita on the road». Pochi giorni dopo arrivò la chiamata della Cbs: bisognava andare in studio a registrare Desire e poi partecipare alla Rolling Thunder Revue, una leggendaria tournee in cui, guidati da Dylan presero parte artisti del calibro di Joan Baez, Roger McGuinn, Bob Neuwirth e Ramblin’ Jack Elliott. Quei concerti sono stati immortalati in album, film e documentari, tra cui uno diretto da Martin Scorsese e Renaldo e Clara, diretto e interpretato dallo stesso Dylan.

Nonostante l’importanza di quell’esperienza, Rivera non si è mai sentita intrappolata nell’etichetta di “violinista di Bob Dylan”. «È una corona che porto con me, ma non mi definisce completamente». Piuttosto, parla di gratitudine. «Sono orgogliosa di essere stata parte di quella musica. Molti artisti fanno cover di Dylan, ma io ho vissuto quelle canzoni dall’interno». Con Dylan è ancora in contatto, e quando le chiediamo un giudizio su A complete unknown, il film che ripercorre gli inizi della carriera del futuro premio Nobel, dice che le è sembrato “meraviglioso”. Rivera, nella sua ampia discografia, ha al suo attivo anche un album di cover di Bob, chiamato Dylan Dreams.

Negli anni ha continuato a suonare in tutto il mondo, con un rapporto speciale con l’Europa e l’Italia. «Vengo spesso. Ho suonato in teatri, cortili di castelli, chiostri, cattedrali». Il pubblico, dice, è sorprendentemente vario. «Non sono concerti per una generazione sola. Ci sono giovani, meno giovani, persone di ogni tipo. La musica di Dylan appartiene a tutti». Ha suonato anche con Vicinio Capossela, e sarà presente nel prossimo album dell’artista italiano.

Il suo violino ha toccato generi e artisti molto diversi tra loro, che l’hanno voluta nei propri album: Tracy Chapman, Keb Mo’, Stanley Clarke, David Johansen, Michael Hoppé, L.A. Guns ), Ian McNabb. Sul palco oggi alterna repertorio dylaniano e composizioni originali. «Sento di avere una chiave unica per interpretare quelle canzoni. Le ho vissute». E continua a esplorare nuove influenze, tra cui la musica irlandese. «Sono di origine irlandese (il suo nome all’anagrafe è Donna Shea), ma non conoscevo davvero quella tradizione. Quando l’ho scoperta, mi ha colpito la profondità delle canzoni di protesta e il legame con la storia».

Guardando indietro, la sua storia sembra segnata da coincidenze straordinarie. Lei preferisce un’altra parola: continuità. «È stato tutto un fluire naturale. La musica mi ha sempre guidata». E quell’incontro per strada, a New York, non appare più come un miracolo improvviso, ma come il punto di convergenza di un percorso già in movimento. «Quando succedono certe cose — conclude — significa che eri pronta».

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *