Sibel Kose & Michiel Borstlap al festival

«Il Bodrum Jazz Festival non è solo un festival musicale». A dirlo è Özlem Oktar Varoğlu, fondatrice e direttrice della rassegna che dal 2016 anima una delle città più emblematiche della costa egea della Turchia. «È un evento che mette insieme musica, turismo, gastronomia, paesaggio, arte. Bodrum è una città complessa, e il festival doveva esserlo altrettanto».

Özlem Oktar Varoğlu

Prima di Bodrum, però, c’era Ankara, con un suo affermato festival. «Ho lavorato per trent’anni nella capitale», racconta Özlem a MondoeMediterraneo. «Lì avevamo costruito un festival jazz molto solido, legato alla Jazz Society of Turkey. Ogni concerto serviva anche a sostenere i musicisti: con i biglietti finanziavamo borse di studio, viaggi, formazione all’estero. È incredibile come siano passati in fretta trent’anni». Oktar Varoğlu è anche una produttrice: nel 1995 ha prodotto ‘Sometimes’ di Tuna Ötenel e Sibel Kose & Michiel Borstlap per il loro ‘Love Songs’ nel 2021.

Il jazz, in Turchia, non è sempre stato un linguaggio diffuso. «Trent’anni fa c’erano pochissimi jazzisti nel Paese», spiega. «Molti avevano studiato in Europa o negli Stati Uniti e poi erano tornati. Abbiamo iniziato lavorando soprattutto con le università, perché i giovani recepiscono la musica più rapidamente. Poi, quando crescono, diventano pubblico, sponsor, parte attiva del sistema. È così che il jazz ha iniziato a crescere davvero».

Bodrum

Il trasferimento a Bodrum ha segnato una nuova fase. «Dieci anni fa ho deciso di cambiare vita e di venire qui», dice. «Bodrum è una città meravigliosa, ma aveva bisogno di qualcosa che la rendesse più viva, più sofisticata, anche culturalmente. In tutto il mondo i festival jazz aiutano le città a raccontarsi in modo diverso. Ho pensato che fosse la scelta giusta».

Così nasce il Bodrum Jazz Festival, la cui linea è chiara: valorizzare i musicisti turchi. «Altri festival portavano solo artisti stranieri», osserva Özlem. «Noi invece siamo partiti come festival dei musicisti turchi. Solo dopo siamo diventati davvero internazionali. Questa è stata la nostra forza».

Oggi il festival è organizzato da una ONG, con il supporto del Ministero della Cultura e del Turismo e di partner internazionali. «Siamo una piccola organizzazione», precisa, «e non è mai facile. Il ministero ci aiuta, ma poco. Le priorità sono altre, soprattutto dopo il Covid e i terremoti. Il jazz non è mai nei primi dieci punti dell’agenda». Fondamentale diventa allora il ruolo delle ambasciate e dei loro istituti di cultura: «Quando un’ambasciata sostiene un artista, copre cachet e viaggi. Noi ci occupiamo di tutto il resto: palchi, tecnica, ospitalità, comunicazione. È un sistema di collaborazione culturale che funziona».

‘Jazz is universal’

II sassofonista greco Dimitris Vassilakis al festival

Ogni edizione ha un tema. «Quest’anno il tema è “Jazz is Universal”», spiega Özlem. «In passato abbiamo lavorato su sostenibilità, energia, blue jazz. Il jazz è un linguaggio aperto, universale, e vogliamo che ogni anno racconti qualcosa di diverso». Non solo concerti: «Chiediamo spesso agli artisti di fare workshop, masterclass, di suonare con musicisti turchi. Non deve essere solo una performance, ma uno scambio».

Il Mediterraneo è al centro del progetto. «Abbiamo un gemellaggio con Rodi», racconta, «e stiamo lavorando a un accordo con un festival in Sicilia. Scambi di gruppi, di idee, di pubblico. Per me è naturale: tra Grecia e Turchia, tra le persone, non c’è mai stato un vero problema. I problemi li fanno i politici». E sorride: «Nel jazz questo dialogo avviene spontaneamente».

Il pubblico cresce di anno in anno. «Molte persone organizzano le vacanze attorno alle date del festival», dice con orgoglio. «Si svolge dal 15 al 30 giugno, ed è diventato l’evento culturale più importante di Bodrum. Ci sono turisti, certo, ma anche persone che arrivano da altre parti della Turchia solo per ascoltare jazz». Dietro le quinte, il lavoro è incessante. «Gennaio e febbraio sono i mesi più duri», ammette. «Metto insieme tutti i pezzi del puzzle. A fine febbraio il programma è definito, ad aprile iniziamo a vendere i biglietti. È una follia, ma è anche una grande gioia». Alla base di tutto resta una convinzione semplice: «La musica può cambiare il modo in cui una città viene vissuta», conclude Özlem Oktar Varoğlu. «Il jazz, in particolare, crea comunità, dialogo, ascolto. E il Mediterraneo ha bisogno proprio di questo».


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