
E adesso? Le elezioni di metà mandato negli Stati Uniti hanno restituito un risultato previsto dai sondaggi, anche se nelle dimensioni e nel significato nessuno si aspettava davvero lo tsunami blu che ha punito duramente le politiche di Donald Trump e della sua cerchia. Quello che colpisce di più non è solo il numero di senatori e deputati eletti nelle ormai ex roccaforti repubblicane, ma le proposte politiche di molti dei candidati, portatrici di una visione della società Usa radicalmente opposta a quella del Grand Old Party, ma anche molto distante da quella dell’establishment del Partito democratico, sempre più lontano dalle istanze dei suoi elettori e dalla maggioranza degli americani, arroccato in un moderatismo incapace di far cambiare rotta al Paese. Da Abdul El-Sayed, primo musulmano eletto al Senato, alla governatrice della Georgia Keisha Lance Bottoms, prima afroamericana ad arrivare alla guida di uno Stato Usa, a quella del Texas Gina Hinojosa, fino a Deb Haaland, prima nativa americana a diventare governatrice nella Storia (in New Mexico), sono tantissime le ‘prime’ assolute a rendere questo voto memorabile e di svolta.
Gli americani hanno votato in maggioranza guardando a tutto quello che ha peggiorato la loro esistenza in questi anni di trumpismo: il costo della vita, le scuole che chiudono, l’assistenza sanitaria – già modestissima – che diventa sempre meno accessibile per la classe media. Senza dimenticare l’assurda guerra all’Iran (e l’abbraccio mortale con Benyamin Netanyahu) e l’arroganza dei grandi burattinai della tecnologia, in questi anni sempre più capaci di indirizzare la politica a loro favore. E infine la violenza dell’Ice, la polizia federale che dà la caccia agli immigrati irregolari, una brutalità costata la vita a Renee Good e Alex Pretti, che non erano neanche stranieri.
Le donazioni miliardarie dell’Aipac, la potente lobby filoisraeliana, che ha speso 30 milioni di dollari per far campagna contro El-Sayed alle primarie, più 9 milioni a favore del repubblicano Mike Rogers, sono state contrastate dai 12 milioni donati da “normali americani” come li chiama il senatore del Vermont Bernie Sanders: segno di una volontà concreta di cambiare le cose dal basso, in favore di chi – come El-Sayed – ha promesso uno strappo rispetto allo status quo perpetrato anche dagli stessi apparati del Partito democratico. In breve, si è data fiducia in molti casi alla ricetta quasi-socialista per le riforme. Per gli Stati Uniti, un passo dal sapore davvero storico.
Nei prossimi due anni Trump e i suoi ministri dovranno convivere con un Congresso che si è spostato su posizioni più radicali (non verso sinistra come la si intende in Europa, beninteso) rispetto agli eccessi di questa amministrazione, e lo scontro sarà costante. Tuttavia, i democratici dovrebbero far tesoro di questa esperienza, e capire che inseguire politiche appena diverse da quelle degli avversari (come fatto da Joe Biden e Kamala Harris, quest’ultima titolare di una delle campagne elettorali più fiacche mai viste oltreoceano) non funziona più. Il partito che fu di John Kennedy deve trovare un modo di essere diverso dal suo recente passato, mettendo in campo riforme che tocchino la vita dei cittadini in positivo, trovando una sintesi tra l’anima autenticamente progressista e quella conservatrice, che pure resta egemone.
In ogni caso, dagli Usa arriva una lezione che dovrebbe essere ascoltata dalla sinistra europea: proporre qualcosa che sia squisitamente progressista è oggi una carta vincente contro il dilagare globale della destra più estrema, molto più della rincorsa al centro, che da molti anni ha smesso di pagare. Sta funzionando lì, perché non provare anche qua?