
Al MedFilm Festival, dedicato da sempre al dialogo tra le sponde del Mediterraneo, la giovane ricercatrice e documentarista palestinese Aya Ashour ha ricevuto nel corso della serata inaugurale il Premio Koinè, riconoscimento assegnato alle opere e alle voci che promuovono la comprensione interculturale attraverso il linguaggio dell’arte e dell’impegno civile. Il premio è stato assegnato anche a altri due giornalisti e fotoreporter che raccontano la vita impossibile dei gazawi sotto le bombe e l’assedio israeliano, Fatena Mohanna e Alhassan Selmi. La serata è poi proseguita con la proiezione di Calle Malaga, il film di Maryam Touzani che rappresenta il Marocco ai prossimi Oscar.
«È un riconoscimento non solo per me, ma per le voci palestinesi», ha detto Ashour parlando con MondoeMediterraneo, media partner del Festival. «Per noi è vitale avere uno spazio in cui raccontare la nostra sofferenza, i nostri sogni e il nostro futuro, costruito su basi di umanità e giustizia. Cinema, arte ed educazione sono strumenti per parlare e per documentare ciò che sta accadendo.»
Nata a Gaza nel 1998, Aya Ashour appartiene a una generazione cresciuta tra i confini imposti e la ricerca ostinata di libertà. Laureata in Letteratura inglese e pedagogia presso l’Università Al-Azhar di Gaza, ha iniziato giovanissima a scrivere e documentare la vita quotidiana nella Striscia, con un’attenzione particolare alle donne, ai bambini e al diritto all’educazione in contesti di guerra. Nel 2023 ha iniziato un progetto di documentazione personale e collettiva che racconta la quotidianità del conflitto dal punto di vista civile, un archivio di memoria visiva e scritta che oggi rappresenta una delle poche testimonianze dirette di quella realtà.
Dopo aver lasciato Gaza il 25 giugno 2024, è arrivata in Italia due giorni più tardi. Attualmente vive a Siena, dove è ricercatrice presso l’Università per Stranieri, impegnata in uno studio sulla relazione tra trauma e spostamento forzato delle donne palestinesi. «Nonostante la distanza», racconta, «porto con me la mia terra ogni giorno, nei miei studi e nel mio lavoro.»

Il suo progetto di documentazione, nato nell’ottobre 2023, è stato riconosciuto dal MedFilm Festival per la capacità di unire ricerca, educazione e testimonianza diretta. «Non mi considero una giornalista — spiega — documento la mia vita come civile di Gaza. Questo premio è per i palestinesi, per i giornalisti che abbiamo perso — più di 250 — e per la mia amica che è morta durante il genocidio.»
Con lucidità e dolore, Aya denuncia l’illusione di un cessate il fuoco che non ha fermato le uccisioni né la fame. «A Gaza entrano solo patatine, bibite, cibo spazzatura. È un altro modo di uccidere la nostra gente con la malattia e la denutrizione. Ma vi diranno, ‘vedi, ora hanno da mangiare’», racconta. Ma il suo sguardo resta rivolto al futuro, con tutte le sue incognite: «Parlano di politica, di Hamas e Israele, del futuro assetto di Gaza, ma nessuno parla di noi, dei civili che vogliono solo vivere sulla propria terra. Io sogno di tornare. Ma non so se permetteranno ai palestinesi che sono fuggiti durante il genocidio di tornare, perché Israele ha i suoi obiettivi, e uno di questi è avere una Gaza senza persone. Attualmente controllano più del 55% del territorio di Gaza senza palestinesi in quelle aree. Non vogliono più terra e più gente a Gaza: vogliono Gaza senza persone.»
La motivazione del premio Koinè è stata letta durante la cerimonia dal giornalista Corrado Formigli: “Per aver difeso, con la forza della verità e della parola, il diritto all’informazione e all’istruzione, raccontando al mondo cosa significa vivere oggi a Gaza. In una Striscia chiusa alla stampa internazionale da oltre due anni, Aya Ashour ha narrato con lucidità e profonda dignità gli orrori della guerra e la resilienza del suo popolo, continuando a testimoniare anche sotto le bombe la realtà della sua famiglia e dei civili intrappolati nel conflitto.
Operatrice umanitaria con Save the Children e Médecins du Monde – Svizzera, giornalista per Il Fatto Quotidiano e oggi ricercatrice presso l’Università per Stranieri di Siena con l’intervento del Ministero degli Esteri italiano, Aya incarna il coraggio di chi trasforma il dolore in conoscenza e la testimonianza in impegno civile. Simbolo di verità, dignità e resistenza, la sua voce continua a ricordarci il valore universale della giustizia e della vita”.
