Che cosa ho imparato al Calabria Food Fest

Pensavo di partecipare a un press tour, come ne ho sperimentati diversi nella mia carriera giornalistica. Da qualche anno, a dire il vero, queste iniziative sono sempre meno “press” e sempre più “social media” tour, ovvero sempre più influencer e altri creator digitali vengono preferiti ai giornalisti tradizionali. Non ho idea se in termini di promozione di una zona, una regione o un “territorio” (oggi parola immancabile nei comunicati stampa, spesso accompagnata da “eccellenze del”) questo funzioni meglio di un articolo dettagliato, con foto e recensioni dei luoghi, ma così va il mondo. E ognuno fa quel che sa fare, ovviamente.

    Ma arrivato a Lamezia Terme, e per i sette giorni successivi il Calabria Food Fest è stato una continua sorpresa. Intanto gli invitati: decine di influencer della gastronomia, chef, viaggiatori del gusto da ogni parte del mondo: sudamericani di base a Miami, soprattutto, personaggi flamboyant con enormi platee di seguaci, attori, star del fitness sui social. Molti non erano mai stati in Calabria, molti neanche in Italia. C’era pure qualche italiano e ed europeo, e qualche italo-americano o italo-canadese, perché il food fest era anche destinato a promuovere il cosiddetto turismo delle radici, ovvero attrarre in Italia chi ha origini italiane, in particolare in zone poco note del nostro Paese. Per questo il Food Fest ha coinvolto Italea il programma di promozione del Turismo delle Radici lanciato dal Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale all’interno del progetto PNRR e finanziato da NextGenerationEU, che invita gli italo-discendenti a scoprire i luoghi e le tradizioni dei loro antenati. Un gruppo variegato che non aveva nulla a che vedere con i consumati giornalisti di turismo, poco inclini a entusiasmarsi.

Gli ospiti del festival a Caminia

    E da questo punto di vista, le Serre Calabresi e la zona ionica che ruota attorno a Soverato e al Golfo di Squillace non hanno certo la notorietà internazionale di Venezia o Firenze, ma neanche del Salento o della Riviera romagnola, con le loro diverse declinazioni turistiche. Quindi una scelta giusta, per una zona d’Italia tutta da svelare, specie all’estero.

Il Festival – organizzato da Sognare Insieme Viaggi nell’ambito del progetto Le Montagne del Sole, finanziato dal Ministero del Turismo – ha avuto un programma ricchissimo: cooking show con chef stellati ma anche nonne che con le loro mani esperte hanno spiegato come fare i fritti (la signora Enza) o i maccarruna (le nonne di Dasà, soprannominate ‘Spice Girls’), degustazioni di eccellenze calabresi, itinerari naturalistici e culturali, concerti, talk, fitness in siti archeologici e appuntamenti dedicati alla filiera agroalimentare, realizzati collaborazione con aziende agricole, cantine, artigiani e operatori locali.

La lezione sui fritti della signora Enza

    Il ‘la’ gastronomico è stato dato la sera del nostro arrivo da un aperitivo sontuoso da Brezza, a Soverato, curato dallo chef stellato Luca Abbruzzino, ma le delizie culinarie sono state ovviamente le grandi protagoniste di quasi ogni evento. La Calabria vanta non solo una grande varietà gastronomica, ma anche una qualità delle materie prime difficile da eguagliare. Ma naturalmente c’è anche il mare Ionio, splendido: la vasta comitiva degli ospiti si è goduta un bagno memorabile a Caminia, ma anche l’eleganza classica  – e il mare cristallino – del Blue 70 a Copanello. Tra le tappe che mi hanno particolarmente colpito la serata al Tropp di Montepaone, arricchita dalle lezioni culinarie sui fritti della già menzionata signora Enza, nonché da due virtuosi della musica popolare calabrese, Gabriele Macrì e Francesco Denaro; bella anche la puntata allazienda casearia Rotiroti di Chiaravalle centrale, tra mozzarelle e ricotte sublimi. Infine il gran finale al castello di Squillace, con i banchetti di tante aziende vinicole e alimentari che hanno dato il meglio della cucina regionale, in un luogo mozzafiato con una vista strepitosa. Io non c’ero (ero a far male la pasta inferrettata a Dasà), ma anche lo yoga al sito archeologico di Scolacium dev’essere stato qualcosa di straordinario.

Le ‘spice girls’ di Dasà

     Più che altro, però, ho provato a immaginare come questi stranieri, a volte provenienti da culture e esperienze lontanissime, vedessero tutto quel che vedevo io: le cose surreali del mezzogiorno d’Italia – i ponti a una carreggiata della statale ionica 106, insuperabili – e le tavolate da pranzo di matrimonio con le loro portate infinite. A ogni cena, luogo, momento, venivano dispiegate telecamerine portatili (ogni pasto consumato facendo commenti), cellulari super e persino droni. Il tutto per una percezione filtrata – non è la mia, ovviamente – di ogni dettaglio, ogni ricordo, ogni passaggio di quella settimana. Per poi rilanciarlo a milioni di persone. Chissà, poi, che cosa avranno percepito i follower. In un’epoca di overtourism e luoghi snaturati, spero che la colorata compagnia del Calabria Food Fest abbia trasmesso la cosa più importante: il senso e il richiamo di un luogo davvero ancora autentico, i cui piatti e ricette non sono ancora appannaggio dell’intero mondo, dove le cose – una collega canadese ha detto che il bosco delle Serre “sembra il Canada”, mentre lo attraversavamo – vanno scoperte e non ti arrivano sbattute in faccia, tutte uguali. Per questa sua autenticità e ‘distanza’ dal turismo di massa (per lo meno sullo Ionio), la Calabria è davvero una “terza isola” d’Italia. Imbarcarsi per conoscerla è una scommessa vincente.

Lo chef Abbruzzino con Anthony Macrì, uno degli organizzatori

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