Anni di difficoltà, speranza, paura, attesa. Poi un trapianto contestuale di cuore e rene, seguito da una lenta, cauta ripresa. Quindi i passi, uno dopo l’altro, verso vette sempre più alte, seguendo il ritmo di un cuore nuovo, ma anche i racconti di quelle vette, intrise di Storia, di Resistenza, di letteratura. Con I battiti della montagna, Alessandro Carlini firma uno dei libri più intensi usciti negli ultimi anni nell’ambito della narrativa di montagna e non solo. Pubblicato da CAI Edizioni con la prefazione di Enrico Camanni, il volume non è soltanto un racconto autobiografico, ma una profonda riflessione sul rapporto tra fragilità umana, memoria e desiderio di rinascita. Pagine che sanno far confluire la narrazione di sé nella storia di tutti coloro che hanno vissuto una rinascita di qualsiasi tipo, mescolandola con la Storia con la maiuscola, vista, letta, toccata con mano su quelle montagne.

Carlini, giornalista e scrittore, parte dalla propria esperienza personale, ma evita accuratamente il tono pietistico o celebrativo. La sua forza sta invece nella misura del racconto, nella capacità di trasformare il dolore in consapevolezza e il ritorno alla vita in un cammino fisico e interiore. Le montagne dell’Appennino, delle Langhe e delle Alpi diventano così luoghi simbolici, spirituali, attraversati con lo stupore e gli occhi nuovi di chi ha ricevuto una seconda possibilità. Ogni sentiero raccontato da Carlini è un dialogo silenzioso con il passato: con gli scrittori scoperti negli anni dell’attesa, con le memorie della guerra, con le persone incontrate lungo il cammino, ma soprattutto con il donatore che gli ha restituito il tempo e il respiro.

Uno degli aspetti più riusciti del libro è proprio questa fusione tra letteratura, storia e natura. Carlini intreccia il racconto di quei passi lenti con riferimenti a Fenoglio, Rigoni Stern, Meneghello e ad altri autori che hanno saputo raccontare la montagna come luogo dell’anima. Il risultato è una scrittura elegante, sobria e autentica, capace di emozionare senza mai forzare il sentimento o scadere nella retorica.

I battiti della montagna è piuttosto una testimonianza sulla vulnerabilità e sulla gratitudine. La montagna non viene idealizzata, ma vissuta come esperienza concreta di lentezza, fatica e riconquista del proprio corpo. La conoscenza delle vette conquistate, dei cammini percorsi, e di ciò che quelle pietre, quei sentieri, quei monumenti quasi dimenticati sanno raccontare trasformano la lettura in un percorso di conoscenza anche per il lettore. Anche per chi quelle montagne non l’ha mai frequentate, e non ne conosce neanche il nome. Particolarmente riuscite sono le pagine dedicate al primissimo ritorno al cammino dopo l’operazione: passi che per molti possono sembrare normali diventano per l’autore conquiste immense. Ed è proprio in questa dimensione minima e quotidiana – che diventa anche straordinariamente poetica – che il libro trova la sua universalità. Perché, come si diceva, parla a chiunque abbia dovuto affrontare una perdita, una paura o una ripartenza. I battiti della montagna è un libro che si legge quasi respirando accanto all’autore, con la sua ascesa caparbia, e che lascia qualcosa di raro: il senso profondo del nostro percorso, quando ci si rende conto di quanto sia prezioso.

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