Incontro con Davide Musardo al Festival dei giornalisti Med

Il dottor Davide Musardo di Msf (foto Claudio Giannetta)

Davide Musardo è pronto a tornare a Gaza, tra qualche giorno. Lo incontriamo ai margini del Festival dei Giornalisti del Mediterraneo a Otranto, dove ha portato la sua testimonianza diretta di psicologo di Medici Senza Frontiere sulle indicibili sofferenze dei palestinesi sotto le bombe e le cannonate israeliane, che in quasi due anni hanno ucciso oltre 65.000 persone, 20.000 delle quali bambini. “Sono coordinatore per la salute mentale in Palestina. – racconta a MondoeMediterraneo – La situazione, da qualsiasi punto di vista sanitario, è assolutamente drammatica, e uso un eufemismo. Il mio lavoro è quello di portare sostegno psicologico alla popolazione colpita nella striscia di Gaza, in particolare, ma anche in Cisgiordania dove con Msf abbiamo delle cliniche con equipe di psicologi, counselor e assistenti sociali: in questo modo cerchiamo di dare la possibilità a chi soffre, a chi sta soffrendo per questa pulizia etnica, questo genocidio, di trovare uno spazio sicuro in cui potersi raccontare. Molti di loro, per esempio, dicono ‘non riesco a raccontarmi, non riesco a raccontare la mia storia, che è tragica, a qualcun altro che ha vissuto una storia uguale, se non peggiore della mia. Quindi essere lì dà loro la possibilità di avere uno spazio in cui riuscire anche a piangere, a esprimere quel dolore che troppo spesso viene messo da parte per questo senso di sopravvivenza in cui stanno vivendo”.

Come si entra a Gaza?

“Dall’invasione di Rafah non c’è stata più la possibilità di entrare dall’Egitto. In questo momento si entra dalla Giordania, da lì ci muoviamo con un convoglio organizzato dalle Nazioni Unite con diversi attori di organizzazioni umanitarie. Si attraversa Israele e si entra dal varco di Kerem Shalom”.

Quali sono le condizioni di sicurezza in cui lavorate?

“Non esiste un luogo sicuro a Gaza. Noi abbiamo avuto tantissime vittime, 12 persone del nostro staff sono state uccise durante questa campagna genocida. Hanno attaccato non solo le nostre ambulanze, anche quando i trasporti o i movimenti erano stati coordinati con l’esercito israeliano. Hanno attaccato anche i nostri rifugi, una cosa inimmaginabile. E la giustificazione è sempre: sono stati errori”.

Cosa ti porta al Festival di Otranto?

“Sono qui per portare la mia esperienza di lavoro diretto a Gaza, per far vedere con gli occhi di un operatore umanitario quello che sta succedendo a Gaza. Come sappiamo i giornalisti non possono entrare nella Striscia, quindi diventiamo noi stessi indirettamente portavoci di giornalismo”.

C’è una storia che ti ha particolarmente colpito tra tutte quelle, terribili, che hai ascoltato?

“Ce ne sarebbero tantissime. Una in particolare è quella di di un padre sopravvissuto a una bomba dell’esercito israeliano. Lui, il figlio di 11 anni e la sorella maggiore di 17 anni, erano gli unici sopravvissuti mentre la madre dei bambini, e gli altri figli, erano morti. Questo bambino di 11 anni aveva perso una gamba e l’altra aveva bisogno di un sostegno esterno per fissare il trauma all’osso, e ovviamente aveva sviluppato tutta una serie di problematiche psicologiche. Non poteva fare fisioterapia, non riuscivo a fargli avere le cure necessarie, ma con il supporto psicologico, con l’aiuto della gestione del dolore, siamo riusciti a far passi da gigante nella cura. Poi il bambino ha avuto la possibilità, quando ancora c’era la possibilità, di lasciare Gaza attraverso valico di Rafah per continuare con delle cure specialistiche. Però il padre non ha potuto lasciare Gaza, e qualche giorno dopo andando in ospedale l’ho ritrovato. Era preoccupato, gli ho chiesto se stesse bene e lui mi ha detto: ‘No, casa l’ho persa non ho nient’altro, l’unico posto in cui mi sono sentito vicino a mio figlio era qui in ospedale. Io torno qui in ospedale per sentirmi ancora vicino a lui'”.

Musardo sul palco del Festival di Otranto

Prima che il dottor Musardo salga sul palco di Otranto, sul grande schermo a Largo di Porta Alfonsina, in diretta da Gaza, parla il fotoreporter Jamal Badah, una delle vittime del doppio attacco israeliano all’ospedale Nasser di Gaza, nel quale cinque giornalisti sono stati uccisi. Ahmad ha perso una gamba, parla da una branda in una tenda-ospedale nella Striscia, sul volto ancora graffi e lividi. E giura: “Appena guarirò voglio tornare a fare il mio lavoro”.

La testimonianza in diretta da Gaza del fotoreporter Jamal Badah (foto Francesco Giannetta)

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