
Tania Giannouli, pianista, compositrice e improvvisatrice greca, è una delle voci più originali della scena contemporanea. Leader di un trio, unisce il rigore della formazione classica con l’apertura del jazz e dell’improvvisazione libera, muovendosi tra ambient, tradizioni balcaniche, suoni popolari e sperimentazioni senza confini. Nei suoi lavori più recenti — da Forest Stories a Transcendence, da Rewa a In Fading Light fino a Solo (2023), il suo primo disco per pianoforte solo, tutti accolti dal plauso della critica — ha saputo trasfigurare lo strumento in uno spazio sonoro vibrante, grazie anche al prepared piano, tecnica che prevede l’inserimento di oggetti tra corde e martelletti. E dentro questo universo, spesso in modo inconscio, riaffiorano anche echi di musica popolare greca.
La sua attività concertistica è intensa e l’ha portata più volte in Italia, dove tornerà il 3 ottobre a Lecce per lo Stato dell’Arte festival.
“Ho una formazione classica, mi sono diplomata in pianoforte e composizione – racconta a MondoeMediterraneo –. La mia musica fa parte del mondo del jazz, ma vengo dalla musica classica, e dentro ci sono tante influenze. Ne fa parte, magari a livello inconscio, anche la musica folk greca. Sono cresciuta ad Arta, in Epiro, prima di trasferirmi con la famiglia ad Atene. Inoltre, sono una ragazza degli anni ’80, della generazione Mtv: ogni tanto nelle mie composizioni fa capolino anche la musica pop. Nelle mie esibizioni dal vivo c’è spazio per l’improvvisazione, ma sempre a partire da brani che ho scritto”.

– Hai inciso album con i tuoi ensemble e in duo, poi nel 2023 è arrivato Solo, il primo disco interamente tuo. Com’è nata questa svolta?
“È stata la naturale conclusione del mio percorso. Era un album che rimandavo da troppo tempo. Suonare da soli è la prova più difficile, dal punto di vista tecnico ed emotivo: non devi annoiare chi ti ascolta. Ogni disco, comunque, rappresenta un passo avanti nello sviluppo come artista”.
– Come ti accoglie il pubblico italiano?
“Sono sempre felice di suonare in Italia, ho suonato in tantissimi luoghi, anche alla Fenice di Venezia. Qui c’è una grande cultura musicale: capita di trovare pianoforti perfino nelle hall degli alberghi, cosa che altrove non succede. Il pubblico italiano è abituato ad ascoltare musica di qualità, grazie ai tanti festival che portano grandi nomi. Ma ho trovato un’accoglienza calorosa anche in Germania, dove magari non te lo aspetti”.

Tra le collaborazioni più importanti, quella con il pianista svizzero Nik Bärtsch, con cui ha registrato un album di prossima uscita. Il 30 ottobre sarà invece sul palco dell’Enjoy Jazz Festival in Germania insieme a Nils-Petter Molvær, che definisce “il patriarca del jazz nordico”.
“Quello che succede con Nik sul palco è straordinario, perché condividiamo lo stesso senso del ritmo. Siamo in perfetta sincronia: i brani che eseguiamo da soli vengono completamente trasformati quando li facciamo insieme”.
– Hai citato anche il pop e il rock tra le tue influenze. Chi in particolare?
“Per me i Pink Floyd sono musica contemporanea. E ammiro molto David Sylvian, che è anche un amico”.
