Un Egitto diverso da quello dei faraoni, lontano dalle immagini più conosciute e capace di raccontare una storia meno esplorata: quella delle oasi e del deserto occidentale durante l’epoca romana. È questo il cuore di AEGYPTUS – Dal Nilo al Mediterraneo. Oasi e deserto in epoca romana, la grande mostra immersiva ospitata dal 3 luglio al 15 novembre all’Aula Ottagona delle Terme di Diocleziano del Museo Nazionale Romano. Un progetto che intreccia archeologia, videoarte e intelligenza artificiale, trasformando la visita in un viaggio sensoriale dentro un capitolo storico spesso lasciato ai margini del racconto tradizionale.

Promossa dal Ministero della Cultura, dal Dipartimento per la valorizzazione del patrimonio culturale, dall’Unità di missione per la cooperazione culturale con l’Africa e il Mediterraneo, dall’Istituto centrale per la valorizzazione economica e promozione del patrimonio culturale e dal Museo Nazionale Romano, la mostra nasce da una vasta rete di collaborazioni scientifiche e istituzionali. Il progetto, ideato da Elisabetta Bruscolini, è curato da Alfonsina Russo, Angelo Piero Cappello, Federica Rinaldi, Alessio De Cristofaro ed Elisabetta Bruscolini nell’ambito delle attività di cooperazione culturale con l’Africa e il Mediterraneo. Hanno contribuito a Aegyptus, tra gli altri, l’Ambasciata d’Italia al Cairo e il Centro Archeologico Italiano al Cairo per il coordinamento delle attività in Egitto, oltre a numerose università italiane e internazionali, tra cui Roma Tor Vergata, Milano, Padova, Verona, Università del Salento, Politecnico di Milano e University of Leicester.

Alla componente visiva e narrativa hanno partecipato Studio Convertino, autore dell’opera di videoarte e del progetto grafico, Riccardo Boccuzzi per la realizzazione del cortometraggio con intelligenza artificiale – ‘I doni della grande oasi’ – e Studio VPS Architetti per il progetto allestitivo multimediale.

A spiegare a MondoeMediterraneo la filosofia della mostra è l’ideatrice e curatrice Elisabetta Bruscolini che sottolinea come il punto di partenza sia proprio una lacuna nella narrazione storica più diffusa: «Quello tra Roma e l’Egitto è un legame straordinario, perché l’Egitto è stato romano per quasi cinque secoli. Nei libri di storia ci fermiamo tutti a Ottaviano che sconfigge Marcantonio e Cleopatra, con la morte dell’ultima regina tolemaica, e poi la storia si sposta a Roma. In realtà i Romani rimangono in Egitto: l’Egitto diventa provincia dell’imperatore».

Un rapporto che, come racconta la curatrice, non fu soltanto politico ma anche culturale e simbolico: «Gli imperatori fanno in Egitto il loro grande tour. Amano profondamente quel mondo. Molte idee che hanno contribuito alla grandezza di Roma arrivano proprio dall’Egitto. Navigano sul Nilo, vengono rappresentati nei templi di Luxor come faraoni. Esiste un legame fortissimo e anche Roma stessa è piena di materiali provenienti dall’Egitto».

Da qui nasce la scelta di raccontare soprattutto le oasi e i territori desertici, luoghi che diventano crocevia di culture, commerci e incontri. «Abbiamo scelto le oasi perché rappresentano un viaggio straordinario nel deserto occidentale. Ci sono fortezze, templi incredibili, realtà che nessuno si aspetterebbe», spiega.

L’esposizione unisce reperti archeologici provenienti dai depositi del Museo Nazionale Romano – tutte risalenti all’epoca della dominazione romana in Egitto dal I secolo a.C. al V secolo d.C. – e opere recuperate dal Comando Carabinieri per la Tutela del Patrimonio Culturale a una potente componente multimediale. Il percorso conduce infatti il visitatore davanti a un grande schermo curvo sul quale si sviluppano tre racconti audiovisivi molto suggestivi: un’opera di videoarte, i filmati delle missioni archeologiche italiane in Egitto e il cortometraggio realizzato con l’intelligenza artificiale.

“In questa mostra è la sequenza che conta – dice Bruscolini -. Si comincia con un’opera di videoarte che racconta il deserto delle oasi, le fortezze e i villaggi specializzati. Ci sono luoghi con quaranta frantoi: praticamente una fabbrica nel cuore del deserto. Da lì si passa ai cantieri di scavo. Vedi chi sta scavando oggi, queste grandi archeologhe nostre, così poco considerate».

Infine l’ultimo passaggio porta il pubblico dentro una ricostruzione digitale del passato realizzata con l’intelligenza artificiale insieme agli archeologi coinvolti nel progetto. «L’intelligenza artificiale ha ricostruito un’oasi del IV secolo insieme agli archeologi. Quello che vediamo è effettivamente, per circa il novanta per cento, ciò che era realmente un’oasi ai tempi di Roma», sottolinea.

Più che una semplice mostra, Aegyptus si presenta dunque come un’esperienza che prova a restituire voce a una storia dimenticata e a mostrare come il patrimonio culturale possa essere raccontato attraverso linguaggi contemporanei, mettendo in dialogo rigore scientifico, tecnologia e narrazione.

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