
Nelle macerie di Gaza, tra edifici sventrati e strade ridotte a polvere, i giubbotti con la scritta PRESS non sono bastati a salvarli. Cameraman, fotografi, cronisti: uno dopo l’altro, decine di giornalisti palestinesi sono stati uccisi dal fuoco israeliano mentre cercavano di raccontare al mondo quello che accadeva.
Ora un nuovo rapporto del Palestinian Centre for Human Rights (PCHR) – “Voices of the Genocide”, pubblicato con il sostegno del Comitato ONU per l’Esercizio dei Diritti Inalienabili del Popolo Palestinese – ricostruisce quel bilancio drammatico. E parla di una strategia precisa: mettere a tacere chi testimonia.

Giornalisti colpiti mentre documentavano i soccorsi
Molti dei nomi elencati nel rapporto erano volti noti nei vicoli di Gaza City o nei campi profughi del sud. Non combattevano, non erano armati: filmavano, fotografavano, scrivevano. Alcuni sono stati colpiti mentre inseguivano le ambulanze per documentare i soccorsi, altri mentre riposavano in auto o tende contrassegnate dalla scritta PRESS.
Il rapporto racconta anche di 152 case di giornalisti prese di mira e di 665 familiari uccisi sotto le bombe. Un messaggio chiaro, sostiene il PCHR: non solo fermare la cronaca, ma terrorizzare chiunque osi raccontarla. Ma il silenzio non si impone solo con le bombe. Decine di giornalisti sono stati arrestati arbitrariamente, in alcuni casi scomparsi per giorni senza notizie. Chi è riuscito a tornare ha parlato di torture, percosse, privazione del sonno, cibo e cure mediche.
“Volevano che smettessimo di scrivere, di fotografare, di parlare”, ha raccontato uno dei reporter rilasciati.

Pchr, ‘così si uccide la verità’
Il diritto internazionale è chiaro: i giornalisti, in quanto civili, devono essere protetti. Ma a Gaza, denuncia il PCHR, quelle garanzie vengono ignorate sistematicamente.
Uccidere chi testimonia significa oscurare la realtà. “È un assassinio della verità”, scrive l’organizzazione, che mette in guardia contro le conseguenze: meno informazione indipendente, più spazio alla propaganda, più buio attorno a un conflitto che già si consuma lontano dalle telecamere del mondo.
Voices of the Genocide raccoglie 1.225 testimonianze di vittime e sopravvissuti, in un contesto in cui anche comunicare è diventato quasi impossibile: blackout, bombardamenti, blocchi agli aiuti.
Le cifre sono spaventose: secondo l’ONU, al 2025 i giornalisti palestinesi uccisi a Gaza sono oltre 240. Il Committee to Protect Journalists (CPJ) ne conta almeno 197, il bilancio più alto in un conflitto dalla Seconda guerra mondiale. Tra le vittime non ci sono solo reporter freelance o corrispondenti locali. Anche tre membri dello staff del PCHR sono stati uccisi insieme alle loro famiglie. Ma per il PCHR, non si tratta di incidenti di guerra. Ma di un disegno coerente, che rientra in un più ampio tentativo di “eradicare” il popolo palestinese, iniziato con decenni di occupazione e oggi portato avanti attraverso quella che l’organizzazione definisce senza esitazioni genocidio. Eliminare i giornalisti significa eliminare i testimoni, cancellare la memoria degli eventi, impedire che un domani ci sia giustizia. Il rapporto si chiude con un appello diretto alla comunità internazionale: “Proteggere i giornalisti non è solo un dovere verso la libertà di stampa. È l’unico modo per preservare la verità storica e garantire che le vittime non vengano dimenticate.” E a Gaza, dove anche un giubbotto con la scritta PRESS non basta più a salvare la vita, chi racconta quanto accade continua a essere un bersaglio fragile.