
Come attrarre i giovani alla pesca, al tempo stesso coinvolgendoli in un’attività che sia sostenibile dal punto di vista ambientale ed economico, supportando la pesca su piccola scala (in inglese Small Scale Fisheries, SSF) ? Queste sono le domande che sono state poste ad un forum di giovani pescatori del Mediterraneo e del Mar Nero organizzato dalla Commissione generale per la Pesca nel Mediterraneo (CGPM – organizzazione regionale per la gestione della pesca che opera nell’ambito della FAO) insieme al Wwf, una due giorni ad Atene durante la quale i pescatori di diversi Paesi, dalla Grecia all’Italia, dalla Croazia alla Spagna (più diversi loro colleghi collegati online da Tunisia, Marocco, Algeria ed Egitto) si sono confrontati sulle loro condizioni di lavoro e sulle grandi difficoltà che incontrano in termini economici, di diminuzione del pescato a causa del cambiamento climatico e molto altro. E la necessità di trovare soluzioni innovative per evitare che il settore arrivi all’agonia. Una svolta che dev’essere guidata dagli stessi operatori del settore, ha osservato Ignacio, pescatore di Motril, in Andalusia: “L’iniziativa deve venire da noi pescatori, perché conosciamo il settore, sappiamo quel che serve, i problemi che devono essere risolti”.

Secondo le statistiche della CGPM la pesca artigianale rappresenta l’81% della flotta e peschereccia e delle attività del settore nel Mediterraneo e nel Mar Nero, quindi una fetta rilevante. Il 47% dei pescatori ha più di 40 anni, mentre il 17% ne ha meno di 25. Molti giovani pescatori seguono le tradizioni familiari, ma altri hanno scelto il settore autonomamente, per la libertà che offre. Ma le sfide sono molte: reddito instabile, costi alti, condizioni di lavoro dure. Ma pesano anche le pastoie normative e il cambiamento climatico.

“Mi sono avvicinato alla pesca per scherzo, mio padre voleva comprare un piccolo peschereccio per investimento, e mi ha suggerito di provare, ma alla fine l’ho comprato io. Così mi sono appassionato. Consiglierei a tutti di andare a pescare, a parte le levatacce e il freddo la mattina è un bellissimo lavoro”, dice Elia , pescatore di Caorle in Veneto, che per andare per mare ha lasciato l’università. Molti dei suoi colleghi presenti al forum, però, vantano nonni pescatori, e anche a fronte delle avversità ci tengono a dire quanto sia un lavoro di rara bellezza e appassionante.
“Un altro grave problema è la pesca ricreativa, fatta da persone che comunque possono pescare illegalmente, vendono il loro prodotto a prezzi stracciati, non pagano le tasse. Dieci di loro fanno un pescatore professionista” dice Stavros, pescatore di Mitilini, sull’isola di Lesbos. Solo in Grecia ci sono decine di migliaia di attività di pesca ricreativa. La pesca ricreativa è regolamentata della maggior parte dei Paesi; tuttavia, la scarsa applicazione delle regole favorisce pratiche illegali che creano concorrenza sleale nei confronti della pesca artigianale professionale. Alcune donne pescatrici – come Simone, dalla costa del Mar Nero in Bulgaria, hanno raccontato come si sono inserite nell’attività di famiglia, dopo iniziali riluttanze. “Inizialmente mi dispiaceva aver lasciato gli studi, ma poi mi sono appassionata alla pesca. E ho capito però anche le difficoltà di questo mondo”. Dal Marocco, Safae spiega che “le donne vengono marginalizzate, non si fidano di noi. Vogliamo creare dei cambiamenti positivi, dal basso. Perché i guadagni di questo settore sono importanti per noi, e per l’economia. Donne e giovani devono lavorare insieme”.
Le possibili soluzioni per il settore della pesca su piccola scala venute fuori ad Atene sono molte, e il confronto tra i pescatori è stato appassionato e vivace, ognuno con la sua esperienza, i problemi nazionali e quelli che accomunano tutti. Antonia, da Cefalonia in Grecia, che di formazione è agronoma, spiega come si sia dedicata al pesca-turismo, “per continuare a essere pescatori, era l’unico modo”. E per Miguel Angel, che arriva da Palma di Maiorca, “le sfide possono diventare opportunità. Per esempio il granchio blu: se iniziamo a venderlo, a farlo diventare un profitto, se qualche chef famoso ne fa una ricetta, ecco che diventa una fonte di guadagno”.
Tutti concordano nel dire che incontri del genere sono preziosi: “Sentiamo dei problemi di colleghi di altri paesi che magari noi a beviamo risolto anni fa, e viceversa, e possiamo rappresentare una soluzione”, aggiunge Ignacio. “Diminuisce il pesce, e questo non è solo un problema di overfishing, ma è legato all’aumento della temperatura dell’acqua – dice Antonis, cipriota – Arrivano specie aliene che invadono prima di tutto il Mediterraneo orientale. Per fare un esempio 26-27 gradi registrati a cinquanta metri di profondità e ottobre, sono temperature estive. Vent’anni fa si arrivava a 22-23. Parlando di minacce e soluzioni: c’è ad esempio il pesce coniglio, che rompe le reti e si mangia il pescato, i pescatori lo prendono, lo vendono al governo, che lo paga 5 euro al chilo e poi lo brucia. E’ una soluzione che si basa sui sussidi. Con il pesce leone, basta togliere le spine velenose, e si può commercializzare e cucinare. Basta superare la riluttanza della gente, che pensa solo al veleno e si preoccupano”. Poi ci sono stati i contributi dalla sponda sud, in video, con le pescatrici come la marocchina Safae e la tunisina Chorouk che hanno raccontato come la sfida per le donne sia ancora più grande, ma così anche la loro determinazione.

Ma altri strumenti possono essere la formazione, la digitalizzazione del settore, la capacità di usare i social media per raccontare le proprie giornate, il saper gestire la pesca in modo sostenibile, ma anche e soprattutto il fare rete, creare associazioni che possano far sentire alle autorità responsabili a livello nazionale ma anche europeo – è emersa la volontà di scrivere una lettera al commissario europeo alla pesca Costas Kadis – la voce dei pescatori giovani, le loro idee innovative, per garantire che un’attività cruciale – per le sue implicazioni economiche, alimentari e sociali – nel Mediterraneo e oltre possa avere un futuro.
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